Wislawa
Szymborska è una delle
piú grandi poetesse
dei nostri tempi, ma sembra
che non voglia farlo sapere.
Preferisce la sordina del
poeta in silenzio, in attesa
di se stesso, davanti a un
foglio di carta non scritto
e restare un personaggio schivo
e riservato, che non ama rilasciare
interviste o parlare della
sua opera, ma piuttosto che
tiene a sottolineare
la preminenza del testo rispetto
al suo autore, l’autonomia
delle poesie rispetto
al viso, alla storia e alle
opinioni sulla letteratura
e sulla società di
colui che le scrive. Per dirla
tutta, ella non ama neppure
le serate d’autore,
anzi se ne fa beffe - Ci
sono dodici persone ad ascoltare,
è tempo ormai di cominciare.
Metà è venuta
perché piove, gli altri
sono parenti. O Musa. […]
In prima fila un vecchietto
dolcemente sogna che la moglie
buonanima, rediviva, gli sta
per cuocere la crostata di
prugne. Con calore, ma non
troppo, ché il dolce
non bruci, cominciamo a leggere.
O Musa – (“Serata
d’autore”)
Leggendo le poesie della Szymborska
si ha l’impressione
di trovarsi di fronte alla
grande letteratura, quella
che può avere un peso
reale nella vita di chi legge,
che contiene i germi del cambiamento
e delle risposte di cui ognuno
va in cerca. I suoi
testi contengono un invito
sottile quanto rigoroso ad
aprire gli occhi sulla realtà,
a prendere coscienza dei limiti
ineludibili del nostro esistere,
ma anche della profondità
indicibile della condizione
umana e del nostro comune
destino.
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Qualche
parola sull'anima
L’anima
la si ha ogni tanto.
Nessuno la ha di continuo
e per sempre.
Giorno
dopo giorno,
anno dopo anno
possono passare senza di lei.
A volte
nidifica un po’ più
a lungo
sole in estasi e paure dell’infanzia.
A volte solo nello stupore
dell’essere vecchi.
Di rado
ci dà una mano
in occupazioni faticose,
come spostare mobili,
portare valige
o percorrere le strade con
scarpe strette.
Quando
si compilano moduli
e si trita la carne
di regola ha il suo giorno
libero.
Su mille
nostre conversazioni
partecipa a una,
e anche a questo non necessariamente,
poiché preferisce il
silenzio.
Quando
il corpo comincia a dolerci
e dolerci,
smonta di turno alla chetichella.
E’
schifiltosa:
non le piace vederci nella
folla,
il nostro lottare per un vantaggio
qualunque
e lo strepito degli affari
la disgustano.
Gioia e
tristezza
non sono per lei due sentimenti
diversi.
E’ presente accanto
a noi
solo quando essi sono uniti.
Possiamo
contare su di lei
quando non siamo sicuri di
niente
e curiosi di tutto.
Tra gli
oggetti materiali
le piacciono gli orologi a
pendolo
e gli specchi, che lavorano
con zelo
anche quando nessuno guarda.
Non dice
da dove viene
e quando sparirà di
nuovo,
ma aspetta chiaramente simili
domande.
Si
direbbe che
così come lei a noi,
anche noi
siamo necessari a lei per
qualcosa.
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A
Few Words on the Soul
No one’s got it non-stop,
for keeps. Day
after day,
year after year
may pass without it.
Sometimes
it will settle for awhile
only in childhood’s
fears and raptures.
Sometimes only in astonishment
that we are old.
It rarely
lends a hand
in uphill tasks,
like moving furniture,
or lifting luggage,
or going miles in shoes that
pinch.
It usually
steps out
whenever meat needs chopping
or forms have to be filled.
For every
thousand conversations
it participates in one,
if even that,
since it prefers silence.
Just when
our body goes from ache to
pain,
it slips off-duty.
It’s
picky:
it doesn’t like seeing
us in crowds,
our hustling for a dubious
advantage
and creaky machinations make
it sick.
Joy and
sorrow
aren’t two different
feelings for it.
It attends us
only when the two are joined.
We can
count on it
when we’re sure of nothing
and curious about everything.
Among the
material objects
it favors clocks with pendulums
and mirrors, which keep on
working
even when no one is looking.
It won’t
say where it comes from
or when it’s taking
off again,
though it’s clearly
expecting such questions.
We
need it
but apparently
it needs us
for some reason too.
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