Inviato
speciale per l’Asia
de “La Repubblica”,
Federico Rampini in questo
libro punta l’obiettivo
sull’India e ci guida
in un viaggio sorprendente
alla scoperta della nazione
che entro la metà del
XXI secolo sarà la
più popolosa e la più
vasta democrazia del mondo.
Ci conduce nell’India
all’avanguardia, sede
di multinazionali come la
Infosys, leader nel campo
della tecnologia dell’informazione,
patria di squadre di biologi
appena trentenni, nuovi cervelli
della ricerca medica, e di
scrittori quarantenni che
svettano con i loro libri
in cima alle classifiche dei
bestseller internazionali.
Ci guida sulle strade di un'India
democratica e pluralista,
laica, tollerante e cosmopolita,
dove convivono, pur con molte
difficoltà, un miliardo
di persone di etnie e religioni
diverse, ma non manca di scoprire
anche le ombre di quest’immensa
realtà, non esente
da corruzione, inefficienza
e parassitismo della burocrazia
statale. Il miracolo indiano
coesiste ancora oggi con il
retaggio arcaico delle caste,
che rappresenta uno degli
aspetti più oscuri
dell’ascesa indiana
insieme all’analfabetismo,
alla discriminazione contro
le donne e ai pesanti scempi
dell’ambiente dovuti
all’inquinamento. In
quest’affascinante ritratto
di una nazione in trasformazione
non può mancare un
capitolo dedicato alla sua
cultura e alla sua storia,
che ci conduce a ritroso nel
tempo.
Nelle 250 pagine di questo
saggio, con il suo stile schietto,
scorrevole e nello stesso
tempo elegante e di piacevole
lettura, degno della migliore
tradizione del reportage,
Federico Rampini scruta con
il suo sguardo di giornalista
esperto e preparato un mondo
in trasformazione e ci invita
a scoprirne i molteplici volti
senza timori e pregiudizi.
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“La prima cosa che provi
arrivando a Singur”
racconta la reporter investigativa
Shoma Chaudhury “è
un grande stupore. Singur
si trova a soli quarantacinque
chilometri da Calcutta, la
capitale del Bengala, ma lì
sei in piena campagna. La
terra è generosa. Gli
abitanti hanno belle casette
solide di pietra rossa. I
campi producono abbondanti
raccolti di riso, juta, patate
e legumi. Ogni cinquecento
metri t’imbatti in uno
stagno dove sguazzano anatre.
La bellezza non viene
mai conteggiata dalla macroeconomia.
Eppure gli uomini l’apprezzano.
Difendono le cose
che amano. A Singur il verde
è un colore che ha
un senso. E’ un colore
che vive. Ha un peso, una
consistenza e un odore che
si dimenticano facilmente
quando si vive in città.
Un colore che evoca generazioni
infinite radicate nella terra
e in un modo di vita autonomo,
per il quale la gente è
pronta a battersi e a morire.”
Morire non in senso metaforico.
Il nome di Singur balza sulle
prime pagine dei giornali
indiani nel maggio 2006. appena
rieletto al governo del Bengala,
Bhattacharjee annuncia un
accordo con la Tata Motor:
costruirà una fabbrica
di automobili a Singur. L’economia
della regione ha bisogno di
uno stimolo alla crescita
e il “Buddha rosso”
da tempo guarda al modello
cinese.
Il potente vicino asiatico
entrò di corsa nel
capitalismo globale grazie
all’esperimento delle
zone economiche speciali voluto
da Deng Xiaoping a Canton
e Shenzhen, una calamita potente
per gli investimenti delle
multinazionali e l’industrializzazione.
Singur sarà una delle
zone speciali del Bengala,
un porto franco concesso alla
Tata per svilupparvi la nuova
vettura del popolo, l’attesissima
utilitaria da duemila euro.
Ma la genti di Singur non
ci sta. Il 25 settembre
e il 2 dicembre 2006 la placida
zona rurale diventa teatro
di guerriglie tra contadini
e polizia. Cariche selvagge,
gas lacrimogeni, arresti di
massa. Nella primavera del
2007 la battaglia riesplode,
con un bilancio tragico: sei
contadini uccisi negli scontri
con i poliziotti. L’amara
vittoria del Buddha rosso
si traduce in un grande muro
di cinta, alto tre metri,
eretto per proteggere il terreno
di mille ettari concesso alla
Tata contro un’eventuale
recrudescenza della protesta
contadina. Tra la popolazione
sconfitta e frustrata, intanto,
si infiltrano i ribelli maoisti
e naxaliti, gruppetti estremisti
che ancora praticano la lotta
armata.
Shoma Chaudhury vede
scavarsi un fossato profondo
d’incomprensione tra
due Indie. “Il governo
offre ai contadini una compensazione
adeguata, allora perché
non se ne vanno? Questa è
la reazione della maggior
parte degli abitanti delle
grandi città, quando
sentono nominare i tragici
fatti di Singur.
Un mio amico indiano che vive
negli Stati Uniti è
ancora più sprezzante,
definisce la vicenda di Singur
un melodramma. La pensa come
lui gran parte del ceto medio
indiano. Il fondo della storia
è lo stesso in molte
zone del paese: terreni requisiti
in nome dello sviluppo della
grande industria, espropri
sommari, spostamenti di popolazioni,
indennizzi insufficienti,
mancanza di vero consenso
tra i contadini, intervento
repressivo della polizia e
dello Stato. Singur è
il perfetto esempio delle
tensioni che covano in tutto
il paese, confrontando forze
spesso in perfetta buona fede,
ciascuna fermamente convinta
di possedere le migliori soluzioni.
La coalizione di sinistra
che amministra il Bengala
sostiene di difendere gli
interessi veri del popolo
e dei lavoratori. Tata è
considerata generalmente come
una delle imprese più
etiche e illuminate dell’India,
con un atteggiamento di responsabilità
verso gli interessi nazionali.
Il Bengala occidentale è
uno stato dove la popolazione
gode di un buon livello d’istruzione,
e con un’antica tradizione
di movimenti sociali organizzati.”
E’ finita ancora
peggio nell’aerea di
Nandigram: diciotto villaggi
e venticinquemila famiglie
in stato d’assedio per
opporsi a un’altra zona
economica speciale, i diciannovemila
ettari coltivabili ceduti
dal governo locale al colosso
petrolifero indonesiano Salem.
I contadini hanno
tenuto testa alle forze dell’ordine
per mesi, organizzandosi nel
Libero Territorio di Nandigram,
scheggia secessionista nel
cuore del Bengala. Nel marzo
2007 lo scontro è stato
feroce: quattordici contadini
uccisi dalla polizia.
E non è solo il bengala
governato dal suo “Buddha
rosso” a conoscere questi
conflitti. Sull’altra
costa indiana, nello Stato
del Maharashtra, sotto Mumbai,
un piano analogo vede protagonista
il colosso industriale Reliance;
per creare un parco tecnologico
ha offerto fino a ventimila
dollari per ogni parcella
di terreno agricolo.
Quella somma è un patrimonio
per un contadino come Kiran
Mhatre, 33 anni, che coltivando
il suo appezzamento non guadagna
più di cinquecento
euro all’anno. Eppure
Mhatre non si schioda: “Non
mi separerò da un solo
pollice della mia terra”
ha dichiarato ai giornalisti.
L’intera comunità
del suo villaggio, Malegharwadi,
sta bloccando il progetto
Reliance che prevede l’espropriazione
di quarantacinquemila contadini.
“Quei soldi che mi offrono
sembrano tanti” ha commentato
Mhatre “ma un giorno
o l’altro finiranno.
Invece la terra sfama le nostre
famiglie da generazioni e
continuerà a farlo.”
La sua tenacia lancia una
sfida all’India moderna,
che ha in progetto oltre duecento
zone speciali. La
resistenza contadina all’urbanizzazione
e all’industria è
più efficace qui che
in Cina. Una ragione è
evidente: l’India è
una democrazia. Anche se le
autorità politiche
talvolta usano metodi autoritari,
le vittime hanno molte difese
nella stampa libera, nei tribunali,
nei partiti d’opposizione.
Un’altra ragione è
più nascosta: tra la
classe dirigente, in mezzo
alla élite più
colta e cosmopolita, resiste
una corrente di cultura filocontadina,
l’ambizione utopistica
di uno sviluppo retto da regole
diverse. Si sentono
gli eredi di Gandhi, che di
fronte all’Inghilterra
industriale brandiva come
un simbolo morale il vecchio
telaio di legno dei tessitori
nei villaggi. La campagna
viene difesa da fior di intellettuali
come deposito dei valori dell’India
autentica. La stessa Shoma
Chaudhury, che è una
giornalista radicale e di
sinistra, amica della scrittrice
no global Arundathi Roy, dalle
colonne del sito ondine Tehelka
lancia la sfida: “Gli
avvenimenti del Bengala dimostrano
che non si può garantire
lo sviluppo economico dell’India
con il rullo compressore.
Non serve a niente dividerci
in dibattiti semplicistici
opponendo le fabbriche alle
fattorie, l’industria
all’agricoltura. Il
paese si merita progetti economici
più intelligenti.
Gli abitanti di Nandigram
e Singur sollevano una questione
fondamentale: lo sviluppo
indiano deve avere un volto
unico? Perché non troviamo
l’immaginazione e il
coraggio per capire che la
ricchezza può avere
nature diverse?”.
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