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La conquista della
rabbia
Il primo
passo: atmavalokana, l'auto-osservazione.
Attraverso l'auto-osservazione
ci si libera dalla delusione
connessa alla negazione, come
nel caso di chi dice: “Oh,
io non mi arrabbio mai”
con voce rabbiosa! Non si
tratta di censurarsi, ma di
far spazio a una autocritica
costruttiva.
Qui si deve:
a. osservarsi nel momento
in cui ci si arrabbia
b. realizzare che è
un esercizio futile, del tutto
inefficace
c. notare i suoi risultati
nella forma di:
• infelicità
causata alle persone amate
• danni che ci si procura
sotto forma delle altrui reazioni
Quindi,
tutto ciò che serve
è un sankalpa, una
decisione, una risoluzione,
quella di addolcire la propria
natura come invitano a fare
le Upanishad:
Jihva me
madhumatama
Fai che la mia lingua sia
la più sapida di miele
Si può giustificare
la rabbia?
Un’altra
domanda che capita di udire
spesso è questa: ci
sono frangenti e situazioni
in cui la rabbia è
giustificata e necessaria?
Di seguito
viene la nostra risposta.
Un atto di auto-avvelenamento
quotidiano non può
essere mai giustificato. Non
è utile e non conduce
a risultati positivi e desiderabili.
Ma qualche
volta sì, ad esempio
quando impedisce a una persona
ingiusta e cruenta di fare
male a qualcuno. Diremmo allora:
l’intervento che previene
una brutta azione non deve
essere per forza connotato
da rabbia. Può essere
un intervento deciso che utilizza
il giusto quantitativo di
forza necessario allo scopo
specifico. Come sa chiunque
conosca la filosofia meditativa
delle arti marziali orientali,
la rabbia riduce l’efficacia
della forza.
Fu nel
contesto di una simile filosofia
che Shri Krishna insegnò
ad Arjuna a conquistare per
prima cosa la rabbia e la
paura e poi a combattere.
L’ingiunzione della
Bhagavad-gita è la
seguente: yudhyasva vigata-jvarah:
combatti, ma per prima cosa
rinuncia a una reazione convulsa.
Naivan papam avapsyasi: così
non sarai colpevole o malvagio.
Gli slogan
pacifisti urlati contro la
guerra non fermeranno la guerra
se c’è rabbia
in essi. Attraverso gli slogan
è magari possibile
raggiungere posizioni di governo,
e adoperarsi con l’intenzione
di portare la pace. Purtroppo
certi dimostranti non riescono
a fermare le guerre che infuriano
nel vasto continente dei loro
crani. Una volta al potere,
dichiareranno un’altra
guerra “giusta”.
Le arti
marziali ci insegnano per
prima cosa a sconfiggere la
nostra rabbia e poi a mettere
fuori combattimento un malintenzionato
attraverso l’uso concentrato
della mente rilassata, come
indicato dagli yogi.
La paura
pervade tutte le aree della
vita. Abbiamo paura di avvicinare
uno sconosciuto a cui chiedere
un’informazione per
timore che ci eviti. Abbiamo
paura di amare per il timore
di essere respinti. Abbiamo
paura di camminare nel buio
di un vicolo stretto e sentire
passi che si avvicinano, e
colui (o colei) i cui passi
ci intimoriscono a sua volta
prova paura nel sentire i
nostri passi. Compriamo pistole
e mettiamo insieme eserciti
non perché siamo coraggiosi,
ma poiché siamo vigliacchi
nascosti dietro una terribile
paura di tutto.
La nostra
economia è governata
dalla paura. Abbiamo timore
di morire di povertà.
Il mercato azionario è
governato dalle emozioni,
metà delle quali è
costituito da paure varie.
Si generano paure di massa
e il mercato crolla. Temiamo
la caduta della posizione
professionale e la perdita
della poltrona di prestigio.
Abbiamo paura delle malattie.
Paura per i nostri figli,
per i nostri cari. Abbiamo
paura di tuoni, fulmini, luoghi
bui. Ma innanzitutto abbiamo
paura della morte.
La paura
assume innumerevoli forme
– ad esempio l’agorafobia
o la paura di volare. La maya
collettiva ha gettato una
coltre scura sulla totalità
delle nostre menti, la mente
del mio nemico, la mia stessa
mente, che è nemica
del mio nemico.
Tutte queste
alterità (dviteeya-bhaava;
anya-bhaava, parakeeya-bhaava)
non cesseranno finché
non avremo sollevato il sipario
di maya che ci ha condotto
a perdere la nostra suprema
identità, lo stato
di parama-atman. Una volta
che questo stato venga recuperato
non c’è più
paura, non c’è
più nemico, nessuna
freccia avvelenata, parola
di pietra o missile di crociera.
Guardando al panorama mondiale
presente dimentichiamo che
ci sono cinquanta nazioni
che non possiedono eserciti.
La
via del senza-paura
In India
tremiamo all’idea che
anche il nostro paese possa
essere colpito da una replica
della tragedia sul modello
dell’undici settembre
a New York. Certo, soffriamo
il trionfo del terrorismo
nel mondo. Allo stesso tempo,
tuttavia, dimentichiamo un
altro undici settembre al
quale uno scrittore, Palagummi
Sainath, si è riferito
in un articolo pubblicato
l’undici settembre 2006
su “The Hindu”
(“Gli undici settembre,
scegliete il vostro”).
È l’undici settembre
1906 in cui il Mahatma Gandhi
dava inizio al satyagraha
(lotta non-violenta, ndt).
Quella grande anima mise da
parte tutte le paure: la paura
di fallire, la paura di essere
abbandonato dal popolo, la
paura dei bastoni della polizia,
la paura delle pallottole.
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