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Un
testo a due voci, riflessioni
su come la rivelazione, nell'antico
come nel nuovo testamento,
avvenga sulle alture. Credo
sia un'esperienza comune quella
di trovare un senso di pace,
di contatto con il Tutto,
sulla cima di un monte, di
una collina... e questa
sensazione è tanto
più forte quanto più
è vissuta con presenza
anche l'ascesa, come se fosse
una sorta di purificazione
preparatoria all'ascolto...
senza dimenticare l'importanza
del ritorno, dello scendere,
in qualche modo cambiati.
La
novità rivoluzionaria
di Gesù è soprattutto
quella dell'ultima ascesa,
quella sul colle del Cranio,
il Golgota, sulla croce..
un'ascesa che sembra una discesa,
una sconfitta. Però,
dice Matino, "l'unico
modo possibile per far conoscere
a Dio il dolore dell'uomo
e far capire all'uomo che
Dio conosce ogni suo tormento
era scegliere la via della
croce".
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| La
pianura è gremita di
folla venuta ad ascoltarlo.
Per essere inteso da ognuno
sale sopra un’altura,
rimasta, come il Sinai, senza
luogo. Lo seguono assiepandosi
lungo i versanti. Non c’è
fiato di vento che disperda
la voce, né bisbiglio
che guasti: l’acustica
è perfetta, da sala
di concerto.
In
piedi sulla cima pronuncia
il suo più lungo discorso,
raccolto in centosette versi
del libro di Matteo, capitoli
dal quinto al settimo. Nessuno
stenografa, nessuno prende
appunti. Le
orecchie allora possedevano
capacità d’ascolto
e di memoria inarrivabili
per noialtri di oggi.
Erano tutti musicisti, sapevano
ripetere uno spartito di parole
ascoltate una volta soltanto.
Quelle orecchie erano degne
di quella voce, di ospitarla
in loro.
Nella
membrana acustica dei testimoni
il discorso si conserva intatto,
da potersi trasmettere anche
un secolo dopo: in altra lingua.
Il greco di Matteo è
lontano assai dall’aramaico
di Gesù, pazienza.
Secondo
la versione in italiano l’esordio
è: “Beati i poveri
di spirito”. Perciò
si chiama delle “beatitudini”
il discorso. Più concreta
dell’aerea beatitudine
è la parola ebraica
Ashré, che è
più fisicamente una
letizia. Ashré è
la voce con cui iniziano i
Salmi: Ashré Haìsh,
“lieto l’uomo”.
Gesù inizia da un suo
proprio salmo. E salmo è
anche la preghiera che insegna
da là sopra, il Padrenostro.
E’
nel suo diritto di famiglia
mettere mano ai Salmi. Il
suo antenato Davide è
l’autore di maggioranza
di quella raccolta detta in
ebraico Tehillìm. Con
ashré Gesù chiede
che una letizia spunti sopra
i volti, esige un sorriso
di accoglienza dalla folla
che si è ammucchiata
muta. Il suo “Lieti”
schiude le facce compresse
dallo sforzo di attenzione.
La parola di apertura dei
Salmi congiunge la sua novità
alla sorgente antica.
La
traduzione tramanda le parole
seguenti: “i poveri
di spirito”. Gesù
passa dai Salmi ad Isaia,
si riferisce ad un verso che
così annuncia: “Alto
e santo risiederò e
con il calpestato e l’abbassato
di vento per far vivere un
vento agli abbassati e per
far vivere un cuore ai calpestati
(57,15). Come il santo del
verso, lui sta in alto sopra
un cocuzzolo e presso di lui
stanno i mortificati. “Abbassati
di vento”, shfal rùah,
è l’espressione
di Isaia, ripresa da Gesù
e tradotta con: “poveri
di spirito”.
Le
nostre traduzioni mettono
spirito e anima dove l’ebraico
ha vento, soffio, fiato. L’ebraico
è lingua fisica e ospita
la rivelazione di una divinità
che si manifesta in un’entusiasmante
varietà di concretezze,
in cima alle quali sta l’uso
della parola. “Poveri
di spirito” è
meno forte di “abbassati
di vento”, gli oppressi
al punto di avere il collo
piegato, il fiato rivolto
a terra, trascinato al suolo.
A
tradurre rùah “vento”
anziché “spirito”,
s’intende meglio un’umiltà:
che non è tuo nemmeno
il respiro, che è invece
un vento venuto da fuori.
Penetra
nei polmoni, ne esce, per
proseguire oltre. Neanche
del respiro si è padroni,
e l’evidenza sta nell’atto
di nascita, comincia nel neonato
con un vento che forza gli
alveoli chiusi, li spalanca,
li asciuga. Si è ospiti
di un vento che si infila
col suo miscuglio di ossigeno,
azoto e gas inerti.
Così
s’intende meglio Gesù
in punto di morte sul patibolo
romano (Luca 23,46) che dice,
ripetendo il verso del Salmo
di Davide (31,6): “In
tua mano sto per affidare
il mio vento”. Il
vento che mi hai dato in punto
di nascita, ora restituisco.
Allora
si carica di esplosivo la
frase: “Lieti gli abbassati
di vento”, quelli che
stentano a respirare per come
sono oppressi, quelli con
il cuore calpestato. Nessun
poeta ha raggiunto le sintesi
incendiarie di Isaia. “Lieti
gli abbassati di vento”:
qui si fonda il sottosopra,
la sovversione delle precedenze
in terra. Essi sono i primi
del mondo.
Gesù
esclama la frase sotto il
cielo, nel punto più
distante del regno terreno.
Lassù i valori sono
rovesciati. La serie successiva
delle letizie nuove è
messa a contrappunto delle
misere gerarchie terrestri.
Lieti sono i mansueti, gli
affamati, gli assetati di
giustizia, i misericordiosi.
La novità è
uno scardinamento. Queste
notizie scottano come un tizzone
da afferrare con le mani.
Lieti,
lieti, lieti tutti quelli
che sono dati per spacciati
oggi, i migratori respinti,
i bombardati in casa, i difensori
di pace derisi dai signori
delle guerre seduti alla presidenza.
Lieti i raccolti dietro il
primo grido: “Lieti
gli abbassati di vento”.
Qui si proclamano i vinti.
Mai sono state così
sconvolte le classifiche ufficiali,
i ranghi, a opera non di un’insurrezione,
ma sotto la spinta di una
letizia sconosciuta ai potenti.
Ashré, “lieti”,
ha in ebraico lo stesso valore
numerico di tikvà,
“corda” e “speranza”.
Perché speranza è
corda, annoda e sostiene.
Si
sa che le cime dei monti sono
inabitabili e da lì
bisogna scendere, rimettersi
alla pianura e alle sue leggi
dispari, ai primati fondati
sul possesso. Dalla
cima di quella letizia pronunciata,
nell’udito perfetto
dei contemporanei, si deve
scendere. La sua novità
non ha ancora trovato posto
in terra. Però
da quel discorso si sa che
esiste un punto di orizzonte
verso il quale voltarsi, c’è
un’altura calcata da
quelle impossibili parole.
Hanno piantato letizia dove
più imperversa la mancanza.
La terra verrà giudicata
dai suoi monti.
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