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I
libri di Magris: “Utopia
e disincanto”, “Microcosmi”,
“Danubio”, “Ilazioni
di una sciabola”, e
i molti altri che ha scritto
in 30 anni e più di
attività letteraria,
rappresentano delle autentiche
perle nel mare della saggistica
italiana.
Anche l’argomento “leggero”
del viaggio si presta a riflessioni
che manifestano tutto lo spessore,
la cultura, l’equilibrio,
l’umanità dello
scrittore triestino che utilizza
la lingua italiana in tutte
le sue potenzialità
senza, d’altra parte,
lasciarsi temtare dall'utilizzo
di un linguaggio accademico
e faticoso.
"L’infinito
viaggiare" comincia
ad appassionare già
dalla prefazione, dove
l’autore introduce e
chiarisce gli strumenti necessari
al viaggiatore che, come potete
intuire, riguardano essenzialmente
l’attitudine mentale:
“Quello stato
di sospensione del tempo che
si verifica quando ci si abbandona
al suo scorrere lieve –
come una bottiglia aperta
sott’acqua, riempita
del fluire delle cose …”
I primi sette capitoli sono
dedicati ad altrettanti aspetti
e luoghi della Spagna. Proseguendo
si parla di Polonia, Germania,
Austria, Croazia, Repubblica
Ceca, Norvegia, Cina e Vietnam:
tanti microcosmi messi a fuoco
mirabilmente nella aggrovigliata
geografia mondiale.
Il risultato è un'opera
di grande valore, uno di quei
libri che aiutano comprendere
il Viaggo della vita, che
aiutano a dipanare, almeno
un po' le tenebre e le selve
oscure in cui, talora, smarriamo
la via d'uscita. L'infinito
viaggiare rappresenta, infine,
un bel modo per lasciarci
dopo una stagione trascorsa
insieme ... volgendo lo sguardo
alle imminenti vacanze estive!
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| La
Cina è Vicina?
Cosa si perde, scrivendo?
Me lo chiede, con un sorriso
timido sulla sua faccia larga
e ridanciana, una studentessa
cinese – e
aspirante scrittrice –
del primo anno di corso d’italiano
della università di
Xi’an, la città
dei famosi guerrieri di terracotta
e della tomba del primo imperatore.
La sua domanda kafkiana giunge
inattesa in quest’aula
del campus in cui si discute
la traduzione cinese dei miei
Microcosmi e rivela indirettamente
il grande cammino percorso
in questi anni dalla Cina,
che è forse vicina
– come diceva, in un
altro senso, un vecchio film
di Belloccio – più
di quanto si creda. E’
la letteratura occidentale
che si è interrogata
e si interroga con passione
sulle contraddizioni della
scrittura, su ciò che
essa dà e toglie, inseguendo
la vita e ponendosi al di
fuori di essa, cogliendone
il significato e aprendosi
all’amore, ma anche
chiudendosi in un delirio
di onnipotenza o in una fissazione
narcisistica. Kafka,
Mann, Borges, intuiscono l’assenza
che c’è in ogni
espressione, la vita vera
cercata e mancata causa questa
ossessiva ricerca talora fuorviante,
l’arte che per esprimere
l’esistenza la perde,
l’Io che scrivendo dà
senso al fluire del mondo
ma si scopre un altro, attore
o sostituto di se stesso.
Quella domanda riassume una
problematica esasperatamente
occidentale; me la fece molti
anni fa a Parigi, tenendo
a battesimo il mio Danubio,
Maurice Nadeau, uno dei più
grandi critici viventi. Così,
anche grazie a quell’interrogativo,
l’arco degli anni fra
quella sera parigina e questa
di Xi’an mi sembra un
cammino
circolare, un’odissea
che riconduce a casa …
Le
frontiere del Vietnam
[…] E’ lo stesso
studioso, peraltro fervido
patriota vietnamita, a ricordare
come un altro letterato, il
professor Dang Thai Mai, i
cui saggi su Umanesimo e Rinascimento
hanno preparato il terreno
per la ricezione di Dante,
fosse stato criticato perché
i suoi studi non servivano
alle immediate esigenze strategiche
del Paese. Leggendo
le pagine di Nguyen van Hoan
su Dante o sul Cao Dai, la
poesia popolare sud-vietnamita
(“amarsi vuol dire amare
anche la strada che si fa
insieme”) si ha il senso
dell’universalità
della poesia, dell’umanità
vagheggiata da Herder, lo
scrittore amico di Goethe,
come un unico grande albero
costituito dalla diversità
delle foglie, delle radici,
dei rami e dei fiori […]
[…]
Conoscere un paese,
per me, significa anche tuffarsi
nel suo mare, sentire lo spessore
dell’acqua, percepire
la sua luminosità e
limpidezza, il suo sapore
– naturalmente,
come per Raffaele La Capria,
il metro di giudizio è
punto di riferimento è
sempre il mediterraneo, per
lui il Tirreno di Napoli,
per me l’Adriatico istriano
e dalmata. L’acqua,
nella baia di Haloong, è
color giada, densa senza essere
torbida, di un tepore tropicale;
un ultimo sorso d’estate,
un’estate che non sembra
una stagione passeggera quanto
un modo d’essere, uno
stato. Incantevoli
isole e rupi incastonano il
grande golfo; la barca sfiora
grotte cedevoli e friabili,
fangose. Più che il
Vietnam di oggi, il paesaggio
suggerisce l’atmosfera
dei romanzi di Greene o della
Duras. Il tropico è
anche un’affondare in
strati profondi del reale,
in un limo vitale, dolce e
frollo come l’odore
del Durian, che le guide ammoniscono
a non portare in camera e
che già il povero Emilio
Salgari, il quale non aveva
probabilmente mai avuto l’occasione
di gustarlo, definiva acre
per i palati europei. Perfino
i sapori, gli odori, i dettagli
più sensuali si possono
trovare anche solo sulla carta,
restando a casa e viaggiando
come Salgari, solo in biblioteca.
Nel ritorno verso Hanoi, nell’incanto
nella sera che precipita umida
e rapida, in una luce subacquea,
campagne irrigate e lavorate,
bufali nei campi, case bizzarramente
strette, perché le
tasse si pagano a seconda
della larghezza della facciata.
Sotto i grandi cappelli
conici, qualche viso bellissimo
di donna; uno sguardo si alza
ad osservare l’automobile
che sta passando e dopo un
attimo sparisce, resta indietro,
una delle tante cose lasciate
indietro […]
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