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In questo
libro Piero Ferrucci, psicoterapeuta
e filosofo, tratta il soggetto
della gentilezza e delle sue
qualità dal punto di
vista scientifico: le sperimentazioni
e le scoperte in questo campo
stanno aumentando sempre di
più. Al tempo stesso
questi argomenti sono vecchi
quanto il mondo: non c'è
da stupirsi che varie tradizioni
spirituali, poeti e filosofi,
ne abbiano parlato. Il Dalai
Lama, per esempio, afferma
“la mia religione è
la gentilezza”.
La gentilezza è
vista, non come un'idea astratta,
ma un modo di essere e di
agire nell’intricata
selva dell’esistenza
quotidiana.
Come qualsiasi cosa buona,
anche la gentilezza ha i suoi
rischi e le sue deformazioni:
per esempio l'arrendevolezza,
la cortesia ipocrita, la soppressione
delle emozioni negative, ecc.
Il libro affronta anche questi
temi. Il rischio di scambiare
la gentilezza per debolezza
c'è sempre. Vaso di
coccio fra vasi di ferro?
No grazie.
A poco a poco la
gentilezza, lungi dall'essere
una forma di cedevolezza,
emerge come una forza, quella
forza senza la quale l'umanità
non può sopravvivere,
e grazie a cui ognuno di noi
può trovare il proprio
equilibrio e il senso della
vita.
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[…]
La gratitudine è per
definizione antieroica. Non
dipende da quanto io sono
bravo o forte o speciale.
E’ anzi basata sulla
mia mancanza e sulla mia capacità
di ricevere aiuto. Se
non nascondo a me stesso quanto
sono vulnerabile e incompleto,
allora posso ricevere il beneficio
che la vita mi offre, ed essere
grato. Il sollievo
che la gratitudine può
dare deriva proprio da questo:
mi rendo conto che da solo
non posso farcela; non devo
più sforzarmi di essere
un superuomo o una superdonna,
ma va bene così com’è.
[…]
[…]
La gratitudine si dimentica
con facilità, però
è anche facile da evocare.
Possiamo fare un interessante
esperimento al riguardo: pensare
a tutte le persone della nostra
vita a cui possiamo essere
grati (o magari non tutte,
ma le principali). La difficoltà
sta nel fatto che le persone
per cui sentiamo gratitudine
sono spesso le stesse verso
cui proviamo risentimento,
per esempio i genitori, perché
magari ce ne hanno fatte di
tutti i colori. Il
risentimento di solito occulta
la gratitudine, ma l’abilità
dell’esperimento consiste
nel mettere fra parentesi
rancori, rimproveri, ripicche,
per quanto grandi, e concentrarsi,
per quanto minuscoli possano
essere, sui benefici.
Dunque pensiamo alle persone
della nostra vita a cui siamo
grati. Possiamo incominciare
con le più facili,
quelle che ci hanno fatto
un favore disinteressato.
Basta incominciare così,
e ce n’è d’avanzo.
Perché nella
vita di tutti noi ci sono
molte più persone che
ci hanno fatto del bene di
quanto non crediamo, e magari
non ce ne siamo accorti, o
non l’abbiamo riconosciuto
appieno. I nostri
genitori, che ci hanno dato
la vita, che si sono presi
cura di noi (sempre ammesso
che lo abbiano fatto); i maestri
che hanno creduto in noi o
che ci hanno semplicemente
insegnato a leggere e scrivere
(a meno che non ci abbiano
perseguitati o ignorati).
Gli amici che ci hanno voluto
bene e sono interessati a
noi per ciò che siamo,
senza volerci cambiare. Gli
amori, pochi o tanti, che
hanno trovato in noi la pienezza
del piacere e della felicità
(poi magari le cose si sono
complicate, ma quei momenti
ci sono stati). E in generale
tutti coloro che hanno fatto
qualcosa di bene o di utile,
tipo il postino che ci porta
le lettere ogni giorno o il
tassista che con le sue battute
ci tira su di morale.
Se ci fermiamo a riflettere,
troveremo molto di più
di quanto non crediamo in
un primo momento. Perché
la vita è fatta di
piccoli e grandi favori, di
solidarietà e gentilezze.
Non solo di sgarbi e prepotenze.
Certo, ognuno di noi porta
con sé le ferite di
mille ingiustizie ed offese.
Questo lo sappiamo fin troppo
bene. Ciò che è
più facile dimenticare,
perché è così
ovvio, e che, anche per coloro
che si reputano sfortunati
e soli, la vita è intrecciata
con quella di tutti gli altri,
e non potrebbe esistere senza
il sostegno altrui.
Se penso alle persone
della mia vita a cui posso
essere grato, succede qualcosa
di molto interessante: a poco
a poco mi accorgo che tutto
ciò che ho –
beni, capacità, tratti
del carattere, idee –
mi viene dagli altri. Oppure,
se è proprio mio, che
è stato attivato dalla
loro presenza.
Dai genitori ho avuto sostegno
e sicurezza dell’affetto;
i miei vari maestri mi hanno
dato strumenti essenziali
per il lavoro, idee, ispirazione;
gli amici mi hanno fatto sentire
bene con me stesso; alcuni
colleghi mi hanno insegnato
i trucchi del mestiere; altre
persone mi hanno aperto a
mondi e a individui di cui
non sospettavo neppure l’esistenza,
e altre ancora mi hanno insegnato
l’importanza di occuparsi
del prossimo. Mia moglie e
i miei figli mi hanno regalato
amore e sorprese in abbondanza.
E questo solo per cominciare.
Così
mi rendo conto che ogni mattone
della mia casa è stato
dato da qualcuno, e i miei
mattoni a loro volta hanno
contribuito a molte altre
case. Allora, come
mi sento? “Aiuto, il
mio orgoglio è umiliato,
la mia autosufficienza è
minacciata, mi sento in debito
con tutti!” No, niente
di tutto questo: cambia solo
la mia idea di ciò
che io sono, di ciò
che tutti noi siamo. Siamo
stati educati a pensare che
siamo tutti individui con
confini ben delimitati, che
occorre rimboccarsi le maniche
e darsi da fare per migliorare
se stessi e produrre qualcosa
di utile. Questo fa parte
della cultura occidentale.
Vediamo noi stessi come palle
da biliardo: individui a sé
stanti circondati da altri
individui.
Ma è un’immagine
fallace. Siamo più
simili a cellule, dotate di
membrane permeabili, che vivono
di scambi continui e dipendono
dalle altre cellule per vivere.
La gratitudine è
una visione realistica di
ciò che siamo, una
prospettiva in cui non c’è
più debito o credito,
e lo scambio è continuo
e costituisce ciò che
siamo e come viviamo.
Qui, noi siamo gli altri,
e gli altri siamo noi. Se
incominciamo a ragionare in
questo modo, ci sentiamo molto
più rilassati. La gratitudine
non è più un
evento eccezionale, ma un
sentimento di base. E
mentre la mancanza di gratitudine
è freddezza, chiusura,
distanza, la gratitudine è
calore, apertura, intimità.
Così la vita diventa
molto più facile. La
nostra psiche non è
più un’agenzia
di pubblicità che si
affanna di continuo per dimostrare
quanto siamo bravi. E non
è neanche l’ufficio
reclami dove si sentono sempre
lamentele su ogni cosa. Ci
dobbiamo sforzare di meno.
Non dobbiamo intraprendere
battaglie cruente né
cercare vittorie impossibili.
Scopriamo che la felicità
c’è già,
insospettata.
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