|
 |
|
|
|
|
|
| |
 |
TITOLO:
Il ristorante dell'amore
ritrovato
AUTORE: Ito
Ogawa
EDITORE: Neri
Pozza
ISBN: 978-88-545-0419-6
ARGOMENTO: Narrativa |
|
| |
|
|
| |
|
Ringo, una
ragazza che lavora nelle cucine
di un ristorante turco di
Tokyo, rientra una sera a
casa con l'intenzione di preparare
una cena succulenta per il
suo fidanzato col quale convive
da un po'. Con suo sommo sgomento,
però, scopre che l'appartamento
è completamente vuoto.
Niente televisore, lavatrice,
frigorifero, mobili, tende,
niente di niente. Spariti
persino gli utensili in cucina,
il mortaio di epoca Meiji
ereditato dalla nonna materna,
la casseruola Le Creuset acquistata
con la paga del suo primo
impiego, il coltello italiano
ricevuto in occasione del
suo ventesimo compleanno.
E, soprattutto, sparito il
fidanzato indiano, maître
nel ristorante accanto al
suo, un ragazzo con la pelle
profumata di spezie.
Lo choc di Ringo è
tale che resta impietrita
al centro della casa desolatamente
vuota, la voce che non le
esce più dalla bocca.
Decide allora di ritornare
al villaggio natio, dove non
mette più piede da
quando, quindicenne, è
scappata di casa in un giorno
di primavera.
Là, appartata nella
quiete dei monti, matura il
suo dolore. Una mattina, però,
osservando il granaio della
casa materna, Ringo ha un'idea
singolare per tornare pienamente
alla vita: aprire un ristorante
per non più di una
coppia al giorno, con un menu
ad hoc, ritagliato sulla fisionomia
e i possibili desideri dei
clienti.
Con l'aiuto del valente Kuma-san,
l'ex factotum della scuola
elementare del villaggio,
il cui cuore è stato
infranto dalla bella Shiñorita,
un'argentina scappata in città,
Ringo risistema il granaio.
Pareti tinteggiate d'arancio,
posate di epoca vittoriana
e di epoca Taish e, nel giro
di qualche mese, il Lumachino,
così la ragazza battezza
il ristorante, apre i battenti.
La prima cliente è
la Concubina, la triste amante
di un influente politico locale,
passato a miglior vita diversi
anni prima. Sulla tavola,
in un tripudio di colori,
odori e bontà senza
pari, si alternano piatti
gustosissimi che attingono
alle cucine più famose:
giapponese, italiana, cinese
e francese su tutte. L'indomani,
la Concubina, agghindata di
solito a lutto con una lunga
veste nera, passeggia con
un cappotto rosso fuoco e
un magnifico colbacco di pelliccia,
e il suo atteggiamento schivo
ha lasciato spazio a una marcata
allegria. La medesima cosa
accade a tutti i clienti del
Lumachino: una ragazza riesce
a fare innamorare di sé
l'ex compagno di classe che
l'aveva sempre ignorata, una
coppia gay in fuga d'amore
tra i monti trasforma il soggiorno
in una luna di miele, un uomo
burbero e scorbutico diventa
un gentiluomo e così
via. In breve, la notizia
della magia del Lumachino
si diffonde in tutto il circondario,
e il successo è così
garantito, poiché tutti
vogliono sedersi alla tavola
del ristorante dell'amore
ritrovato.
|
| |
| |
|
Un
libro che offre tanti spunti
di riflessione... con leggerezza!
|
|
Daniela
|
| |
|
“Potresti,
per favore, fare in modo che
Satoru s’innamori di
me?”.
C’era scritto proprio
così nella lettera
di Momo-chan che Kuma-san
mi consegnò poco dopo
il miracolo della Concubina.
Quella ragazza mi piacque
sin da subito, perché
era raro ricevere una lettera
in giorni in cui la stragrande
maggioranza dei giovani comunicava
unicamente a suon di e-mail
e messaggini.
Momo-chan e Satoru vennero
al ristorante in bicicletta,
in un bel pomeriggio di sole
durante l’estate di
San Martino. Lei abitava al
villaggio e frequentava il
liceo di una cittadina vicina;
aveva ancora chiari sul viso
i segni dell’innocenza,
qualche giorno prima era venuta
da me per il consueto colloquio
e mi aveva raccontato con
fare allegro e spensierato
un sacco di cose su di sé,
sulla sua famiglia e sugli
amici. Ma quando si presentò
al ristorante in compagnia
di Satoru, appariva molto
meno vivace, mite come un
agnellino. Doveva essere tesa
da morire. Li accompagnai
subito al tavolo, dove continuarono
a starsene muti, impacciati,
senza scambiarsi una parola.
Erano così carini,
mi facevano tenerezza.
Li lascia da soli e tornai
in cucina a occuparmi della
zuppa. Un raggio di sole penetrava
attraverso la vetrata e sembrava
fluttuare placidamente sopra
il tavolo, il pulviscolo che
danzava incessantemente nell’aria
luccicando. Ero estasiata,
come se stessi ammirando un
bel quadro.
Avevo meditato per diversi
giorni sul menu più
appropriato per aiutare Momo-chan
a realizzare il suo sogno
d’amore, ricorrendo
all’istinto nonché
facendo affidamento sulla
mia scarsa esperienza in materia
di passione. All’inizio,
pensando che avrebbe potuto
andare bene qualcosa di dolce,
avevo provato a preparare
una torta di mele, un baum-kuchen
e delle crêpes. Mangiandoli
però, avevo intuito
che, se avessi avuto davanti
il mio fidanzato, mi sarei
sentita così in ansia
da non avere nemmeno la forza
di sfiorarli. Anch’io,
quando ero adolescente e mi
prendevo una cotta, mi sentivo
sempre gravata da una specie
di languida apatia, sospesa
in un limbo di malinconia
agrodolce, e il solo contemplare
il ragazzino di cui mi ero
invaghita mi faceva perdere
del tutto l’appetito.
Dal momento che per Momo-chan
si trattava del primo pasto
insieme alla persona amata,
sarebbe stato meglio evitare
piatti che richiedessero una
certa abilità nell’utilizzo
di forchetta e coltello.
Così, avevo alla fine
optato per una zuppa, che
sarebbe certamente andata
giù liscia nello stomaco,
malgrado la probabile tensione
e il conseguente bruciore
di stomaco da “malinconia
agrodolce”. Per quanto
riguarda gli ingredienti,
avevo deciso di non stabilire
nulla a priori e di affidarmi
all’ispirazione del
momento, ovvero alle sensazioni
che mi avessero trasmesso
i due ragazzi quando li avrei
visti seduti insieme al ristorante.
Scelsi accuratamente la frutta
e gli ortaggi fra quelli che
avevo a disposizione in cucina.
Li sminuzzai e li passai in
padella con il burro, a partire
da quelli di più difficile
cottura. Scelsi la zucca perché
la sciarpa che Satoru portava
intorno al collo era di un
bel colore senape; le carote
perché volevo rappresentare
le tinte calde del tramonto,
che proprio a quell’ora
si diffondevano nel cielo;
e infine le mele perché
mi facevano pensare alle graziose
guance porporine di Momo-chan.
Numerose immagini si sovrapponevano
nella pentola in cui cuoceva
la zuppa, divenendo a poco
a poco una sola. Mi sentivo
un po’ come un pittore
che aveva scelto i suoi colori
rimettendosi all’istinto.
Quella pietanza era il risultato
della pura improvvisazione,
il frutto dell’intuito
e non della ragione.
Quando amalgamai per beni
il tutto con lo sbattitore,
la zuppa, in cui avevo messo
anche qualche foglia di alloro,
assunse una consistenza densa
e cremosa e una tinta dalle
sfumature delicate. Il piatto
dell’amore era pronto:
aggiunsi solo un po’
di sale, convita più
che mai che la passione non
avesse bisogno di condimenti
superflui. Per lo stesso motivo
evitai il latte, la pana o
altri correttori di gusto,
così come rinunciai
a spezie, aromi e intingoli
vari.
Travasai la zuppa in un recipiente
roso a forma di cuore e la
servii subito in tavola. Prima,
mentre la minestra bolliva,
avevo già predisposto
tutto il necessario e ultimato
i preparativi in sala, di
modo che Momo-chan e Satoru
potessero gustare la pietanza
intanto che era ben calda.
Nell’istante in cui
aprii il coperchio della zuppiera,
una grossa nuvola di vapore
bollente si levò alta
verso il soffitto. Sembrava
quasi che il genio della lampada
dovesse manifestarsi da un
momento all’altro, pronto
a esaudire il sogno d’amore
di Momo-chan. Mentre versavo
la minestra nelle ciotole
di legno, attenta a non lasciarne
cadere nemmeno una goccia,
percepivo lo sguardo dei due
ragazzi fisso sulla mia mano.
Misi un cucchiaio di legno
accanto a ciascuna ciotola,
sulla tovaglietta di feltro,
lasciando in tavola la zuppiera
ancora mezza piena. Mi profusi
in un profondo inchino e,
prima di rientrare in cucina,
mostrai sorridente la pagina
del blocchetto su scritto:
“Buon appetito”.
|
| |
|
| |
|
|
|
|
|
|
|