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TITOLO:
Il grande viaggio
AUTORE: Giuseppe
Cederna
EDITORE: Feltrinelli
ISBN: 978-88-07-81943-8
ARGOMENTO: Narrativa |
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Nel novembre
del 1999 Giuseppe Cederna
parte, con alcuni amici, per
il Nord-Ovest dell’India
(le Hills Himalayane), meta
di un pellegrinaggio hindu,
ancora vivissimo, verso le
sorgenti del fiume sacro per
eccellenza, il Gange. Guidato,
come in ogni grande viaggio
di iniziazione, da una serie
di coincidenze (un generoso
interferire di letture, mappe,
personaggi letterari e persone
in carne e ossa, memorie e
sogni), percorre in auto e
a piedi la via delle Sorgenti
e delle Confluenze. E, al
ritorno a Delhi, ha un appuntamento
con l’amica Paola: non
l’ha seguito ma, alla
fine di un suo viaggio parallelo
in Kosovo, sarà là
ad aspettarlo. Questi i patti,
questa l’attesa. Questa
la premessa di un dolore.
Il grande viaggio
è una storia, un racconto
in cui si fondono lo stupore
del cammino dentro una natura
che ancora si manifesta come
ignota e miracolosa
(le cime, gli dei che le abitano,
le acque purificatrici dei
fiumi, il trotto di un leopardo),
gli incontri straordinari
(con nomadi ed eremiti ma
anche con i movimenti che
si battono contro le grandi
dighe e per la conservazione
degli equilibri naturali),
la riconquista –
proprio attraverso il filtro
della distanza – di
una dolcissima vicinanza al
sé più profondo
e alle immagini dell’infanzia
(i monti della Valtellina,
la casa di famiglia, la figura
del padre che torna per un
simbolico passaggio di testimone).
Negli interstizi del racconto
appaiono immagini, segni grafici,
stilizzati profili di catene
montuose, foto di famiglia,
biglietti ferroviari, santini,
fogli vergati da mani amiche.
Un libro emozionante,
visivo, spirituale.
Un libro speciale come il
"pellegrino" che
lo ha scritto.
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Uno
di quei libri che vorresti
aver scritto tu.
Di quelli che vorresti che
leggessero anche gli amici.
Perché è scritto
bene, senti nascere risonanze.
Le descrizioni dell’India
che ti pare di essere lì,
il ricordo diventa subito
fisico, un’impatto sensoriale
forte, continuo, tutto all’ennesima
potenza, non puoi sfuggire…
quando mangi ti stupisci che
non ti escano fiamme dalla
bocca… ti senti un drago!
;-)
La vita e la morte, compenetrate.
L’India ti stordisce,
un pugno nello stomaco del
ragionare per categorie, per
opposti.
Il fascino di qualcosa di
più sottile, appare
e scompare, ti attira e ti
guida nel cammino, senza farsi
raggiungere, sempre un passo
più in là. Indizi,
tracce. Qualcosa tangibile,
concreto nel sogno, evanescente
al risveglio, un attimo dopo.
Kim, il folletto a suo agio
nel grande gioco, padre Le
Saux e la sua tormentata tensione
alla sorgente, il padre, la
madre, la casa d’infanzia
in Valtellina e le radici
che ti porti dentro…
il leopardo delle nevi. Paola.
E tutto è cammino.
Il tuo piede sulla terra percepisce
la vibrazione di chi vi ha
già posto il suo, intuisce
quella di chi verrà.
Un viaggio di quelli che vorresti
fare.
Un grande viaggio che hai
già cominciato…
o, forse, non hai mai interrotto.
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Daniela
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A Gangotri l’energia
naturale inscritta nei geni
della terra reagisce con quella
degli uomini e delle loro
cerimonie. Gli arrivi, le
partenze, le celebrazioni
dei pellegrini producono energia,
un campo elettrico, un’impronta
che oggi proprio in virtù
dell’assenza umana sentiamo
e vediamo in ogni cosa. L’energia
del passaggio è ancora
qui, nel silenzio delle pietre
riempito dallo scorrere perenne
dell’acqua, nelle ceneri,
nelle rocce sul fiume, nelle
ultime infreddolite presenze.
E nella squadra di operai
che sta rinforzando gli argini
e se ne andrà per sempre
fra qualche giorno.
Ci affacciamo alla cascata
delle bocche di Gaurikund.
Il torrente, costretto in
una gola, si è fatto
largo scolpendo il suo letto
di pietra bianca e arancio.
In questa stagione l’acqua
è poca e possiamo ammirare
meglio la sua opera: vasche,
nicchie, buchi rigati come
gorghi scavati nella roccia,
piedistalli squadrati al centro
della corrente dove d’estate
i sadhu si esibiscono in spettacolari
meditazioni. Sul bordo della
cascata quelle profonde incisioni
simili ai denti di un pettine
sono le “bocche”
attraverso le quali l’acqua
precipita con fragore di tuono.
[…]
[…] Gangotri-Bhojbasa:
ottocento metri di dislivello,
quattordici chilometri di
sentiero ben tracciato sul
lato sinistro della valle.
Quattordici chilometri
di orme stampate in una polvere
bianca che racchiude e conserva
tutta l’energia del
passaggio. Un’energia
che ha la forma di un piede.
Il carrarmato degli scarponi,
il cuoio dei sandali, la gomma
delle scarpe da tennis, la
pelle spessa dei calcagni
e delle piante dei piedi nudi,
le zampe, le unghie, gli zoccoli.
Sul sentiero per le sorgenti
le storie degli uomini e degli
animali sono riassunte in
un calco.
A ogni neve, a ogni stagione,
a ogni piede questo nastro
di impronte si trasforma e
si ricompone. A Gangotri si
sale leggeri con la “dea
madre” sempre alla destra
del fiato. Il corpo
sale, suda, respira, legge
le orme degli altri e per
un attimo vi sovrappone le
proprie che presto da altri
saranno a loro volta cancellate.
Passo dopo passo, la mente
si accorda con il respiro
e distende i pensieri. Orme
e respiro. Attraverso i miei
piedi sono un monaco buddista
che partecipa alla creazione
di un grande mandala di polvere
luminosa.
Per il riverbero, la prima
ora di cammino fatico a tenere
gli occhi aperti. Mi aiuta
l’ombra dei cedri. Il
loro odore arriva all’improvviso
e ogni volta è una
sorpresa. Anche gli
alberi sono creature. Creature
lente ma non più immobili.
Le sento vivere. Si muovono,
respirano.
Il sentiero scompare nella
roccia, supera placche cristalline
di granito, cascate, guadi,
sfasciumi in cui spiccano
massi rotondi ricoperti di
scritte religiose, si riposa
all’ombra di un boschetto
di pini bassi e resinosi e
di anziane betulle dai tronchi
color rame che si sfogliano
come quaderni di carta pregiata,
poi ritorna alla luce e abbaglia.
Gangotri-Bhojbasa è
“uno dei dieci trekking
più belli del mondo”
dicono le guide. Un trekking
turistico e religioso che
porta cibo e soldi per tutti,
anche per i sadhu. Ma oggi
la parola “trekking”
non riesco a pronunciarla.
Anche qui sul sentiero, come
a Gangotri, le tracce umane
lasciano immaginare una fuga.
I punti di sosta e di ristoro
di qualche mese fa sono ridotti
a legni divelti e tavole rivoltate
cosparse di cenere e rifiuti.
Come se fosse per sempre.
Eppure a ogni stagione
la via per le sorgenti riapre
e i pellegrini ritornano.
“Ajey,
a cosa pensi quando guardi
il fiume?”
“Ascolto la dea Ganga
che mi parla della vita. Lei
ha potere su di me. Tutto
quello che ho viene da lei
e se medito con il suo nome
sulle labbra lei mi dà
altro potere. Forza. La Ganga
mi tranquillizza quando sono
agitato, mi calma quando ho
l’ansia e mi infonde
coraggio quando ho paura.
Ascolto anche le montagne.
Anche loro mi danno grande
forza. Om namah Shivaya, diciamo.
Gloria a Shiva. Ricordati
che Lord Shiva, il dio delle
Montagne, è molto vicino
alla madre Ganga.”
Scopriamo
altre valli nascoste, altri
corsi d’acqua, altri
ghiacci e altre creste di
montagne più alte.
Su una delle ultime rampe,
oltre il limite della vegetazione,
un branco di bharal ci attraversa
la strada, si arrampica veloce
sulla sassaia e poi si volta
a guardarci. Sono bestie grasse
e pronte all’inverno,
i maschi hanno il mantello
grigio argento, forti striature
nere sul muso e sui fianchi
che fanno risaltare il bianco
del ventre e dei lombi. Le
femmine hanno un colore più
uniforme e corna più
piccole, simili a quelle delle
pecore domestiche. C’è
un cucciolo con la madre che
non lo perde di vista un attimo.
Si potrebbero scambiare per
giovani camosci e invece sono
pecore azzurre dell’Himalaya
(Pseudois), una specie particolarissima
considerata molto vicina al
progenitore delle capre e
delle pecore, un animale estintosi
venti milioni di anni fa.
I bharal sono curiosi, ci
seguono per un po’ muovendosi
a scatti e poi si fermano
tutti insieme.
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