Non dico che funzionerà, ma ancora
non se ne è fatta una autentica prova.
Nella pratica personale funziona. E ciò
non vuol dire affatto sottomettersi a un'altra
civiltà o perdere la propria identità.
L’identità culturale la si
perde così facilmente? Quando il
cristianesimo è stato potente? Quando
era perseguitato. Quindi anche nelle persecuzioni
una civiltà matura, cresce, acquista
una propria identità. Avere paura
del nemico non è la stessa cosa del
non resistere al nemico. Il Vangelo lo dice
chiaramente. Di cosa ho paura, di
perdere un’identità che è
così debole che non si sostiene da
sola? Se ho così poca fiducia in
me così come nella civiltà
occidentale, qualsiasi venticello mi farà
pensare che saremo attaccati.
Ogni civiltà contiene tutto
- l’amore e l’odio, una cosa
e il suo opposto - e io devo averne una
visione particolareggiata. Qual
è, per essere concreti, lo Stato
musulmano più popoloso al mondo?
L’Indonesia. E gli indonesiani non
sono così pericolosi! Il secondo:
l’India. Poi il Pakistan. Io fin’ora
non ho incontrato, in queste popolazioni,
nazionalismi e fondamentalismi così
feroci. India e Pakistan si sono combattute
tante volte, ma per ragioni storiche e politiche
molto concrete. Voglio dire che non dobbiamo
fare una caricatura delle altre civiltà,
in caso contrario non lamentiamoci se anche
loro ne fanno una simmetrica di noi e della
nostra civiltà. La logica della ritorsione
non funziona come difesa contro il crimine
o contro il disordine. Gli ultimi fatti
che lo dimostrano sono gli esiti delle guerre
in Afganistan e Iraq.
C’è una strada da
esplorare per non cadere negli scontri di
civiltà ideologicizzati: è
quella della pace e del perdono.
A mio parere c’è una relazione
diretta tra pace e perdono. Ho scritto tanti
anni addietro che soltanto il perdono rompe
la legge del karma, dell’occhio per
occhio e dente per dente. Il perdono ha
una dimensione che lo rende così
grande e difficile: è un atto eminentemente
religioso. Il perdono se non esce
dal cuore non è tale. Io posso non
vendicarmi, ma la ferita continua. Detto
in termini teologici: il perdono è
una decreazione. Se la creazione è
fare dal nulla una cosa, il perdono è
fare che quella cosa torni al nulla. E perciò
non ho bisogno di vendetta, non ho bisogno
di restituzione, non ho bisogno di nulla.
La grande difficoltà consiste in
come sia possibile tradurre ciò in
termini politici. Non ho una soluzione,
ma ho due commenti. Il primo commento è
che tutti i nostri grandi sforzi per chiedere
la restituzione di un danno subito (evitando
il perdono) non hanno funzionato per quaranta
secoli. Mentre il perdono, realmente, ancora
non lo abbiamo provato. Il secondo commento
è che il perdono ha un effetto
catartico, purificatore così importante
che cambia l’altro. L’altro
si rende conto che ha fatto una cosa che
non andava bene e che tu lo hai ripagato
con un atto unilaterale di perdono: per
tutta la vita sarà felice e fedele,
perché lo hai guarito, per sempre,
con il tuo perdono. Però bisogna
essere chiari su un tema così delicato.
Il perdono non è azione-reazione.
Ha bisogno di un tempo di maturazione, per
perdonare è necessario aspettare.
Sapere aspettare costa, e noi viviamo in
una civiltà che vorrebbe fare tutto
immediatamente. C’è un tempo
per il perdono che non è la reazione
istantanea all’offesa. Sarebbe quasi
una burla, o un’impunità. Il
perdono ha un tempo di maturazione, è
una decisione che arriverà a suo
tempo. Se non c’è stata questa
maturazione interiore, io non sarò
disposto a perdonare, perché ancora
sento la ferita, né l’altro
sarà pronto a riconoscerlo, perché
si sentirebbe impunito. Trovare questo equilibrio
tra tempo e atto del perdonare è
importantissimo. Questo appartiene alla
virtù reale della prudenza.
E’ necessario rilevare che
gli scontri di civiltà, storicamente,
hanno a che fare con il problema della verità
e del suo possesso esclusivo. Non
si può negare, infatti, che in nome
della verità si siano fatti crimini
spaventosi e trovate giustificazioni orribili.
Noi non siamo i padroni della Verità.
Citando San Tommaso: «chi ha trovato
la Verità è posseduto dalla
verità, non ne è il padrone».
La verità ci possiede. La
verità è relazione, è
sempre un essere con l'altro, altrimenti
non è verità. La
verità assoluta è una contraddizione,
proprio perché la verità è
relazione. Il grande pericolo, e qui non
vorrei scandalizzare nessuno, è il
monoteismo. Il monoteismo pensa che Dio
è la Verità, perché
il monoteismo pensa un Dio isolato, un Dio
solo. Non è così in tutti
i monoteismi, la questione è molto
complessa, ma vi è questo costante
pericolo: benché io non possieda
la Verità, c'è un Dio che
la possiede e questo Dio ce l'ha rivelata.
Non mi convince il monoteismo. Penso che
il monoteismo non sia cristiano, perché
il cristianesimo crede nella Trinità.
Ma anche per la mistica dell'Islam ci sono
tre realtà: l'amore, l'amante e l'amato.
Per la Cabala sono tre le cose increate
da Dio: la Torà, la Legge e il popolo.
La Trinità è molto più
estesa, anche nelle religioni cosiddette
monoteiste, di quanto non si creda. Pur
riconoscendo che in nome della verità
assoluta si sono fatti tantissimi crimini,
dico questo: quella non è la verità.
Una verità che io immagino come assoluta,
togliendole quindi ogni relazionalità
– che è l'essenza della verità
- per definizione non è verità,
nemmeno quella che viene presentata come
divina.
Quindi smascherare questa piaga dell'umanità
è un progresso, che è necessario
operare in questo momento storico. Dove
il contrario non è l'indifferenza,
non è affermare che la verità
non esiste. La verità esiste, ma
è relativa: a noi, ad una mente,
a qualsiasi cosa. A questo proposito devo
dire subito ai puritani, non per consolarli
ma per chiarificare, che la relatività
che io difendo e di cui sono convinto, non
è il relativismo, dove tutto è
uguale. La relatività non è
relativismo: la verità è relativa.
Ma per superare il relativismo non si deve
cadere nell'assolutismo. Il rimedio sarebbe
peggio della malattia. Il relativismo non
va bene, ma la relatività implica
di non perdere la misura umana. Non si progetta
su un punto omega infinito. E' la
nostra vita quella che conta e la mia verità
(per essere sincero direi la mia convinzione,
e sono convinto pienamente di tutto quello
che dico) non la assolutizzo perché
può esserci un punto di vista diverso
e un'angolatura differente. Quindi,
pur riconoscendo che, in nome della verità,
si sono commessi grandi crimini, io ancora
difendo l'idea della verità come
relazionalità e non come assolutismo.
L'uomo isolato, solo – e la solitudine
dell'uomo contemporaneo è una malattia
dell'anima – non regge, non può
respirare, non esiste. Ha bisogno dell'altro,
l’altro come portatore di un messaggio.
Come dice la tradizione musulmana: «lo
sconosciuto può essere un angelo».
Dobbiamo aiutarci reciprocamente e essere
consapevoli, proprio nel confronto tra culture
e spiritualità diverse, che la verità
non è possesso personale, io non
sono l'unico essere buono di questo mondo,
l’unico che capisce cos'è la
verità. Abbiamo necessità
di comprendere che la verità, forse,
«quando cade dal cielo sulla terra
si rompe in cento pezzi, un pezzetto a disposizione
di ciascuno».