una complementarietà
ben nota alla tradizione indiana, nella
quale, da migliaia di anni, il dio Siva
è venerato sia come creatore dello
yoga che come Nataraja, il signore della
danza. La danza vista come un atto di creazione,
l’attivazione delle energie primeve
del cosmo.
E’ da 4 anni che attraverso una ricerca
operativa, assieme a Daniela Cerati, insegnante
yoga, sto esplorando questo territorio della
complementarietà tra yoga e danza-movimento
terapia.
Via via che l’esplorazione si estende
(lavorando con gruppi di donne in gravidanza,
gruppi di adulti, gruppi di bambini) si
rende necessario un pensiero che provi ad
identificare, a nominare gli aspetti di
questa complementarietà: questa che
segue è una prima rilettura delle
esperienze fatte sinora con la modalità
dell’affiancare e coniugare le due
competenze.
Dal punto di vista della danza-movimento
terapia, l’apporto dello yoga è
visto nella sua peculiarità di porre
attenzione ed ascolto non-giudicante al
proprio corpo, ed alle risposte che il proprio
corpo dà a delle sollecitazioni precise
(sollecitazioni che generano rilassamento
ma anche sollecitazioni che generano sforzo).
Si potrebbe dunque collocarlo come “primo
gradino” di discesa nel corpo per
“riabitarlo ”, attraverso la
registrazione di sensazioni fisiche. I tempi
dello yoga sono anche molto favorevoli a
questo scopo, sia per i previsti momenti
di staticità nelle posizioni (asana),
sia per la gradualità con cui si
passa da una sollecitazione (e conseguente
percezione) all’altra.
Si rientra nel proprio corpo dopo giornate
passate a “spremerlo”, ad esigere
“performances” adeguate, e si
trovano cose, sensazioni, parti di sé
piacevoli da contattare, da sperimentare
attraverso l’esercizio. Si rientra
nel proprio corpo e si incontrano anche
tensioni inaspettate, difficoltà
fastidiose, blocchi non percepiti con tale
evidenza, come sa mettere in luce lo yoga.
Si incontrano queste cose, e la danza-movimento
terapia le raccoglie: attraverso il movimento
spontaneo, talvolta semplicemente guidato
da un “titolo” dato prima di
lasciar emergere la danza, ecco una possibilità
di farsi carico delle cose incontrate a
livello corporeo, per cercare di trovar
loro anche una collocazione, una connessione
all’interno del nostro mondo emotivo.
Danzare per dare un nome più preciso
a quello che sentiamo, perché nel
movimento spontaneo mettiamo in moto la
nostra creatività, la nostra intuizione…
questa del “muovere-per-nominare”
è una esigenza che nasce dal nostro
essere una unità di corpo e psiche;
tra i due aspetti c’è un continuo
andirivieni di significati, il corpo rimanda
all’emozione e viceversa, proprio
perché è in/con questo corpo
che sperimentiamo il nostro sentire, che
registriamo la nostra esperienza, giorno
per giorno; passato, presente… in
un certo senso anche futuro, coesistono
nel corpo. La nostra storia, ciò
che ci “ha segnato”, nel bene
e nel male; inoltre le nostre aspettative
sul futuro sono già un po’
il futuro, che ci stiamo costruendo.
La danza libera è dunque un “secondo
gradino”, nel senso che, come abbiamo
progettato questo lavoro di collaborazione,
lo si mette proprio a tema: nella danza
spontanea ciò che è stato
percepito, colto, intuito nel momento di
yoga, può essere sviluppato, affidato
al movimento ed alla creatività,
e naturalmente al piacere che emerge quando
si danza senza preoccuparsi di seguire dei
passi prefissati e di eseguirli in modo
corretto.
Cosa succede a questo livello? Non necessariamente
avviene un “insight”, una nuova
comprensione della realtà attraverso
un “mettere insieme” nuovo,
originale, diversi elementi. Più
frequentemente avviene un processo lento
e silenzioso, solo in parte consapevole,
di integrazione di corpo e psiche. Si affina
la sensibilità rispetto agli echi
emotivi che nascono nel corpo o che ritornano
ad esso. Concretamente nasce, intanto, una
dimestichezza nel gestire e magari anche
superare, per esempio, le emozioni della
vergogna, dell’imbarazzo, della paura
dell’inadeguatezza: si danza infatti
davanti all’altro, agli altri, e si
condivide con loro quanto, con la danza,
si desidera condividere. Il ruolo dei conduttori,
riguardo a questo tema, funziona da facilitatore,
creando un setting accogliente in cui si
possa incontrare il sentirsi accettati per
come si è, per quello che si porta,
per i tempi che ci si impiega. L’obiettivo
generale di integrazione e di armonizzazione
somato-psichica porta ad una migliore immagine
di sé, e ad una maggior percezione
delle proprie risorse emotive e di personalità.
Questo
stesso obiettivo generale è ciò
che orienta il lavoro concreto anche nell’esperienza
di conduzione di gruppi yoga/danza rivolti
a donne incinte: nello specifico, ci si
pone come sotto-obiettivi la “ricognizione”
e rafforzamento delle risorse fisiche ed
emotive della persona, in vista di eventi
così intensi come lo sono il parto
ed il prendersi cura poi della nuova creatura;
il creare buone premesse per la prevenzione
ed il contenimento della depressione post-partum;
il favorire una comunicazione e condivisione
autentica tra gestanti che può portare
alla costituzione di una rete di contatti,
utile soprattutto dopo il parto. Così
formulato, il corso non vuole essere in
competizione con quello proposto negli ospedali
ma piuttosto un percorso di affiancamento,
una integrazione, (come ha confermato anche
chi vi ha partecipato).
Nell’esperienza con le donne gravide
constato che c’è di partenza,
in genere, un desiderio forte di ascoltare
e dare un nome a ciò che comunica
il corpo, quasi a raccogliere ogni possibile
dettaglio dell’essere nuovo che sta
formandosi dentro. C’è un desiderio
forte di capire le proprie emozioni, di
farvi luce, ed è molto “nel
corpo”. C’è un intenso
dialogo interiore, e la danza lo manifesta
nella sua immediatezza. C’è
una certa dose di libertà, fiducia,
coraggio. Certamente, ci possono essere
anche qui resistenze, timori, difficoltà,
ma in genere si registra una certa facilità
nell’affidarsi al corpo, al movimento
spontaneo. Forse questo è dato dal
“fare qualcosa per qualcun altro”:
è la motivazione di molte mamme che
si iscrivono al corso, con la convinzione
o la speranza che dedicare del tempo a sé
con yoga e danza “faccia bene”
anche al bambino, ed al momento cruciale
del parto.
Il percorso proposto prevede dei momenti
specifici di yoga di ascolto del respiro,
rilassamento, potenziamento della percezione
delle aree coinvolte nel parto, esplorazione
e sperimentazione di posizioni piacevoli
ed utili nella speciale condizione fisica
del “pancione”. Per quanto riguarda
la danza-movimento terapia, c’è
la possibilità di affrontare col
movimento spontaneo e guidato (col supporto
della musica) diversi temi: il dialogo con
la nuova creatura, la relazione con la propria
mamma, la relazione col proprio partner
(mamma e partner sono invitati a partecipare
a queste danze in due differenti incontri),
la percezione delle proprie aree di forza,
le emozioni legate al cambiamento ed al
passaggio. Il mettere a tema il passaggio,
in particolare, diventa una sorta di rito
consapevole, percepito anche nella sua drammaticità
di abbandono definitivo di uno stato, per
uno nuovo e sconosciuto. Dentro questo nuovo
territorio la donna avanza con la sua pancia,
quello stesso pancione che sta per lasciarla;
è il pancione, il “ponte”
a cui lei si affida, assieme a quanto ha
individuato nel movimento e nel corpo come
suoi punti di forza. La camminata in lordosi
forse va allora a rispondere anche a necessità
emotive, oltre che di baricentro? Sarebbe
interessante indagare, anche sui sentimenti
e stati d’animo che accompagnano questa
camminata particolare, e su come essi la
influenzano.
Ogni incontro del corso si conclude con
un momento di verbalizzazione, per chi vuole,
su ciò che è emerso e si è
colto attraverso questo lavoro sul corpo
con yoga e danza.
Da quanto raccolto sinora, gli incontri
più sorprendenti ed intensi (anche
commoventi) sono stati quelli a cui sono
state invitate le mamme delle future mamme.
La scelta di invitarle è motivata
dalla considerazione che il passaggio da
figlia a madre, soprattutto per le primipare,
va necessariamente a toccare tutto ciò
che riguarda, dal punto di vista emotivo,
la relazione con la propria madre, nel momento
in cui lo si sta diventando a propria volta.
Si fa comunque i conti con questo: tanto
vale avere a che fare con la relazione in
concreto, per elaborare il cambiamento,
piuttosto che sbrigarsela con un fantasma
di dimensioni e caratteristiche non sempre
corrispondenti al reale. Ad esempio una
delle partecipanti ha raccontato che non
avrebbe mai pensato che sua mamma acconsentisse
nel venire all’incontro, invece quest’ultima
ha subito dimostrato disponibilità.
In questa esperienza la figlia ha potuto
vedere la relazione con la propria mamma
per la prima volta in modo diverso: è
come se avesse posto una “pietra miliare”
per un nuovo corso, questo incontro ha permesso
loro di superare vecchi pre-giudizi; la
relazione è passata ad una maggior
autenticità.
Lo studio della relazione primaria con l’omologo
ed il suo utilizzo in ambito terapeutico
fa parte della mia formazione, così
ho portato anche in questa esperienza la
possibilità, per chi vi partecipava,
di riscoprire questo rapporto come una grossa
risorsa, anche in questa fase speciale della
vita di una donna. Non tutte le partecipanti
sono riuscite, per un motivo o per l’altro,
a portare la propria mamma; si potrebbe
riflettere sulle resistenze e su come viene
percepita la propria autonomia ed indipendenza
di donna adulta, quali condizioni la permettono,
e quando la presenza materna invece è
vissuta come una minaccia per questo passaggio.
Tutte comunque si sono confrontate con la
questione “diventare madri”
da questa precisa angolatura.
Chi ha avuto la fortuna di partecipare all’incontro
con la propria mamma, ha toccato con mano
(perché dirlo o pensarlo è
molto diverso dal muoverlo e danzarlo!)
cosa vuol dire la continuità del
generare; la antichissima saggezza implicita
che c’è in questo passaggio
di consegne; l’amore come incredibile
filo conduttore della propria storia, ancora
prima di esistere, e nel far esistere una
nuova creatura a propria volta.
Tutta questa nuova consapevolezza sprigiona
una forza palpabile nello sguardo e nella
postura delle donne, forza che è
stata molto utile (a detta di coloro che
ci hanno dato un rimando tramite la compilazione
di un questionario) nel momento concreto
del parto e nei momenti successivi alla
nascita.
Elena Rovagnati
Bibliografia
di riferimento per lo yoga:
JANET BALASKAS , manuale di yoga per prepararsi
al parto, Red
GABRIELLA CELLA – FIORENZA ZANCHI,
yoga e maternità, Feltrinelli