Ho incontrato il professore a Milano, nella
primavera del 2002. Era in città
su invito del Cardinal Martini, in occasione
di un convegno sul dialogo interreligioso
che doveva tenersi all'Università
Cattolica.
Prof. Panikkar, quale dialogo dopo
l'11 settembre? Quale incontro fra cristianesimo
e islam?
Adesso il dialogo non solo è necessario,
ma anche più interessante. Ora abbiamo
l'opportunità di instaurare un rapporto
che sia davvero nuovo e creativo. Perché
soltanto la riconciliazione rompe la legge
del karma, mentre la logica della vendetta
non è in grado di condurre mai alla
pace. Seimila anni di storia ce lo dicono.
E poi chi è senza peccato scagli
la prima pietra. Io non difendo nessuno,
ma constato che il fondamentalismo cristiano
è molto più pericoloso, sottile
e intelligente del fondamentalismo islamico.
Per secoli abbiamo detto che la nostra è
l'unica religione e alle altre abbiamo riservato
solo un poco di tolleranza. Dovremmo vedere
la trave nel nostro occhio, e non solo la
pagliuzza nell'occhio altrui.
Come arrivare a quella radicale
mutazione della coscienza, la metanoia che
lei auspica, in grado di farci scorgere
nel nostro prossimo nient'altro che noi
stessi?
Se io vedo me stesso capisco anche l'altro.
Dalla Sibilla di Delfi sino al Corano le
esperienze concordano: "Chi conosce
se stesso conosce il suo Signore".
Una delle più grandi eresie che percorrono
l'Occidente da mezzo millennio è
l'individualismo. Si rispetta l'altro, ma
vedendolo separato da sé, e così
si elimina ogni possibilità di vera
conoscenza reciproca. Ciò che ci
porta a disprezzare l'altro è la
mancanza di auto-conoscenza profonda, ma
una volta scoperta questa dimensione dell'esistenza,
si può essere ottimisti e vivere.
E sorridere. La storia non è tutto,
fortunatamente. Le ultime notizie possono
essere eccitanti, e sono vere, certo, eppure
occorre mantenere il senso delle proporzione
e l'armonia interiore che deriva proprio
dal conoscere noi stessi. Io conosco più
santi vivi oggi che in tutto il calendario.
Ma bisogna scoprirli: uomini, donne, mamme,
persone che vivono con un ideale, ma di
cui i giornali non scrivono perché
non fa notizia. Non dobbiamo essere così
miopi da considerare realtà solo
ciò che rientra nelle notizie degli
ultimi cinque minuti.
In "Mito, fede ed ermeneutica"
(Jaca Book) lei cita un antico testo indiano,
il "Tripura Rahasya" che dice:
"Ciascuno riesce a comunicare con l'altro
perché crede nell'altro". Ma
quale comprensione reciproca può
esserci in un mondo contrassegnato da immensi
squilibri, disparità politiche, sociali,
culturali e religiose?
È proprio a partire da una simile
situazione che si impone la trasformazione
radicale della storia, della religione,
del concetto di Dio. Ora è il grande
momento per operare la metanoia. L'alternativa
è il disastro totale e l'autodistruzione
della cultura occidentale. Guardi i ventenni:
l'unico loro ideale è di avere la
moto e lanciarla a folle velocità.
E questo perché abbiamo fatto della
loro vita una cosa noiosa, uniforme e senza
rischio, e loro desiderano rischiare. Ma
ora abbiamo la grande possibilità
di correre un rischio storico: disarmarci
e accettare di essere vulnerabili. È
un grande momento e io sono ottimista!
Politici, intellettuali e gente
comune in Occidente: chi, a suo avviso,
ha maggiormente bisogno di aprirsi all'altro
attraverso l'interculturalità?
Tutti, a cominciare dagli intellettuali.
La conoscenza di molti intellettuali è
senza amore, è puro calcolo che porta
allo sfruttamento, ma anche un amore senza
conoscenza è puro sentimentalismo.
Non è possibile la pace su questa
terra senza quella conoscenza profonda che
io chiamo interculturalità. Se nell'altro
vedo un criminale o un sottosviluppato,
mi nego la possibilità di scoprirlo
e quindi di conoscerlo. Perciò dobbiamo
evitare le caricature culturali, sennò
i sottosviluppati diventiamo noi, noi occidentali
che abbiamo la tecnologia, ma non l'umanità.
Ci sono rimasti solo i gadget. Io conosco
molto bene i bengalesi, un popolo che non
prova il senso di inferiorità degli
indiani in genere. Molti bengalesi vorrebbero
fare una crociata per salvare noi poveri
occidentali, così ricchi ma così
sottosviluppati spiritualmente. A Calcutta
ci sono migliaia di società che si
riuniscono in una stanza minuscola per discutere
del bello, per fare poesia, fino a notte
inoltrata. Questa è sostanza umana!
Quindi è fondamentale l'interculturalità
che inizia con l'interesse, la curiosità,
la simpatia, e sfocia nella conoscenza.
Allora si arriva alla mutua fecondazione,
alla vera cultura della pace. E vorrei anche
dire agli intellettuali d'occidente che
spesso si usa la lingua come un arma, per
convincere, per stare sopra, ma parlare
è un atto d'amore. Non è una
competizione per stabilire che dispone della
migliore dialettica.
Lei ha tradotto dal sanscrito e
commentato i Veda, i testi della sapienza
indù (apparsi in Italia da Rizzoli).
Cosa vi può trovare l'uomo occidentale
d'oggi?
Tutto quello che cerca. Se cerca soltanto
il sesso, lo trova. E poi una cosa che a
volte non si trova neanche nella tradizione
cristiana, e cioè una gioia della
vita, un senso di positività e di
apertura alla pienezza della natura. Uno
degli inni più belli e straordinari
è dedicato all'aurora, alla nascita
del sole. E vi può trovare anche
una certa innocenza che impedisce di vedere
il male dove noi lo vediamo, e poi bellezza
e desiderio di armonia.
Colpisce nei Veda il richiamo continuo
all'idea di sacrificio che tiene insieme
il cosmo e lo rinnova in una sorta di cooperazione
tra umano, divino e cosmico.
Per la maggioranza degli uomini di Occidente
può essere una provocazione, ma si
tratta di un passaggio indispensabile. Vi
è anche da dire che l'accezione comune
della parola "sacrifico" in occidente
è completamente diversa dallo "yajna"
dei Veda. E queste benché la parola
derivi comunque dal latino "sacrum
facere", rendere sacro. Nel sacrificio
vedico l'uomo viene considerato parte del
dinamismo cosmico. Se le azioni umane prescindono
dal cosmo perdono ogni senso. Se non servono
alla coesione del mondo, nel senso indicato
dalla Bhagavad-gita (lok samgraha), se cioè
non hanno vitalità cosmica, l'esistenza
stessa dell'uomo, perduta nell'isolamento
e nell'individualismo, è priva di
valore. S.Bernardo ha scritto un libro,
"De consideratione", ma cosa vuol
dire considerare? Mettere le stelle insieme,
"con-siderare", realizzando che
ogni azione è cosmica, e attraverso
di essa l'uomo brucia e purifica ciò
che in lui è inautentico. Così
l'uomo collabora al mantenimento del cosmo.
Professore, torniamo alla Bhagavad-gita,
che è l'insegnamento di un Dio, il
Signore Krishna, a un guerriero, Arjuna,
insegnamento impartito su un campo di battaglia.
Ipotizziamo che l'11 settembre 2001 Krishna
fosse il consigliere per la sicurezza nazionale
di George Bush: secondo lei cosa avrebbe
consigliato al presidente americano dopo
l'attacco terroristico alle Torri Gemelle?
Di compiere il proprio svadharma, il proprio
dovere di presidente di una nazione che
è sempre stata esempio di tolleranza,
solidarietà ed accoglienza. Krishna
avrebbe detto a Bush: vai al porto di New
York e ammira la statua della libertà,
il faro per tutti coloro che poco più
di cinquant'anni fa scappavano dal nazi-fascismo
e venivano considerati criminali. Tu sei
il presidente di questa nazione che ha sempre
accolto tutti e non puoi abbassarti a compiere
azioni di vendetta solo perché sei
più potente.
Di fronte alla realizzazione in
meditazione del nucleo essenziale di sé,
di ciò che è sempre libero
e sempre puro, i saggi hanno tenuto comportamenti
dissimili nel corso della storia: il silenzio
o la testimonianza, la comunicazione. Chi
ha ragione?
Nessuno se si delinea una dicotomia.Il
silenzio è silenzio quando può
generare la parola. La parola è parola,
quando scaturisce dal silenzio. Lo si ritrova
nel Vangelo di Giovanni, "Nel principio
(che è il principio del silenzio)
c'era la parola". Di nuovo siamo nella
non-dualità (advaita) parola e silenzio
vanno assieme.
Advaita e cristianesimo, vogliamo
parlare di Henry Le Saux, Abhishiktananda?
Abishiktananda era un perfetto esempio
di questa a-dualità...
Viene descritto come un uomo tormentato.
Vi sono stati periodi diversi. Alla fine
della sua vita aveva trovato una pace straordinaria.
E comunque dobbiamo considerare l'aspetto
psicologico: era un bretone. Un uomo un
po' tormentato, sì... Io l'ho fatto
piangere una volta... facendogli cantare
canzoni bretoni della sua infanzia che lui
pensava di dover assolutamente dimenticare.
Piansi anch'io vedendo la sua emozione.
Camminavamo verso le sorgenti del Gange...eh,
sì...
Professore, leggo una sua dichiarazione
ai giornali: "Sono partito come cristiano,
mi sono ritrovato indù, torno come
buddista, senza cessare di essere cristiano"...
Aggiungerei che sono tornato come un cristiano
migliore!
Si tratta del cammino di un'anima
specialissima o può essere proposto
come modello di percorso per l'uomo del
terzo millennio?
Può essere considerato come un simbolo
che indica nello splendido isolamento un
modello oggi improponibile, e al tempo stesso
sottolinea che non puoi perdere la tua personalità,
ciò che tu sei. Eppure puoi aprirti,
lasciarti fecondare. Non siamo monadi chiuse,
ma snodi di una sola rete che si influenzano
mutuamente. Se ti apri, senza paura, sei
fecondato. In occidente siamo dominati da
una visione maschile del mondo, siamo impegnati
a lottare, conquistare, creare...meno male
che il Dio dell'India non crea, ma gioca!
Penso allora che dovremmo recuperare la
dimensione femminile della vita, che non
è privilegio delle sole donne, e
che è la sola speranza per l'umanità.
Lei ha introdotto il tema della
paura...
Che è una delle più grandi
sfide ai dogmi d'Occidente e cioè
alla volontà. Lo testimonia l'ossessione
patologica per la certezza di un grande
genio della nostra filosofia, Cartesio.
Sicché oggi siamo arrivati alla ossessione
ancora più patologica per la sicurezza
che è la più grande malattia
occidentale: trenta milioni di soldati,
milioni di armi in possesso dei singoli
cittadini, compagnie d'assicurazione! Ma
grazie a Dio niente nella vita è
sicuro. Uno degli effetti collaterali di
questa ossessione cartesiana è lo
spostamento dell'interesse verso la realtà
formale delineata dalla matematica che l'uomo
cerca di far coincidere con la vita stessa:
due più due fa sempre quattro. Soddisfa
il nostro desiderio di sicurezza, ma ci
rende intolleranti. Così nasce il
nostro fondamentalismo.