La pratica
schematica dello yoga consiste di tre componenti:
tapas (austerità), svadhyaya (studio
di sé) e Ishvara pranidhana (incrollabile
fede nel potere di Dio di guidare e proteggere).
Yoga Sutra II,1
Questo
è il primo sutra (aforisma) del secondo
capitolo, Sadhana-Pada
(il capitolo su Sadhana
che significa una strada che conduce immancabilmente
a una meta attraverso un percorso graduale,
da coprirsi compiendo un passo dopo l’altro
e superando i traguardi intermedi che si
presentano).
Nel primo capitolo, Samadhi Pada,
Patanjali tratta del Samadhi, che considera
il cuore dello yoga.
Samadhi è la libertà suprema,
la libertà da tutte le cause di sofferenza,
note e sconosciute. E’ il fondamento
di una gioia duratura in quanto libera da
paure e dubbi. In samadhi la mente è
quieta e ritrova la sua capacità
di vedere la realtà per quella che
è veramente.
Il pre-requisito per raggiungere il samadhi
è quello di diventare completamente
liberi dalle attrattive e tentazioni del
mondo e mantenere la concentrazione solo
su un’unica realtà: il Sé
interiore. Questo pre-requisito implica
che se non si è stabili nella virtù
di vairagya (distacco) non è possibile
praticare lo yoga come descritto nel primo
capitolo degli yoga sutra.
Vyasa (uno degli antichi commentatori del
testo) afferma chiaramente che una mente
disturbata, distratta e confusa non è
in grado di raggiungere il samadhi. Il fascino
che le attrattive mondane esercitano sulla
mente la rendono agitata, e una mente agitata
è facilmente disturbata e distratta.
Quando incontra dei fallimenti nelle imprese
mondane, la mente diventa frustrata e stanca.
Questo tipo di mente è terreno fertile
per pigrizia ed inerzia, diventando così
offuscata.
Poiché per molti di noi è
normale vivere con una mente disturbata,
distratta ed offuscata diventa impossibile
raggiungere lo stato di samadhi come descritto
nel primo capitolo.
Dobbiamo allora rinunciare alla
pratica di yoga perché non abbiamo
una mente disciplinata, focalizzata, purificata
e perfettamente stabile?
No, la pratica descritta nel secondo capitolo
è specifica per coloro la cui mente
ondeggia dal disturbato al distratto, al
confuso, alla stabilità e ritorno.
Siamo tutti dotati di capacità senza
limiti. Il nostro potenziale è immenso.
Secondo Patanjali kriya yoga significa
mettere in pratica sistematicamente un programma
che faccia scoprire la propria forza. Con
questo tipo di yoga si inizia a praticare
dal punto in cui ci si trova. La
pratica di yoga guida nel valutare lo stato
fisico, la capacità di comprensione
intellettuale, la maturità emotiva
attuali e, in base a questa valutazione,
determinare l’intensità e lo
scopo della pratica stessa.
Kriya yoga consiste di tre componenti:
tapas aiuta a valutare la capacità
fisica, svadhyaya l’abilità
intellettuale, Ishvara pranidhana permette
di vedere in profondità la maturità
emotiva.
Insieme, aiutano a vedere i nostri punti
di forza e di debolezza e, attraverso una
guida appropriata, ci aiutano a predisporre
una pratica per la nostra crescita. Dopo
questa valutazione si cammina facendo un
passo per volta.
è generalmente tradotto con
“austerità”. Nel contesto
indiano l’austerità è
associata con la più stretta rinuncia:
digiuno, non possedere nessun oggetto materiale,
vivere nelle caverne o nelle capanne e,
nei casi estremi, stare su una sola gamba
per anni, non usare le mani per mangiare,
giacere su un letto di chiodi.
In occidente è associata al monachesimo:
vivere in monastero, fare penitenza, digiunare,
praticare il celibato e non possedere nulla.
Quindi sia in occidente sia in oriente è
associata al sacrificio.
Questa nozione di austerità, tuttavia,
è controproducente per l’obbiettivo
del tapas nello yoga.
Radiosità e chiarezza sono il cuore
di tapas: la pratica è tapas solo
quando aiuta a coltivare un corpo radioso
e una mente chiara. Tapas non è una
tortura o una vita di stenti ma piuttosto
l’abilità di risvegliare l’energia
addormentata in noi. Colui che intraprende
questa pratica è chiamato “tapasvi”.
Ad un livello pratico tapas significa
raccogliere il fuoco interiore superando
pigrizia ed inerzia, diventando attivi,
indipendenti dagli altri per la propria
salvezza, facendosi carico del proprio destino
e mettendo in pratica le proprie conoscenze
intellettuali.
Come quando si mette in movimento una ruota
bisogna affrontare la resistenza causata
dall’inerzia, così negli stadi
iniziali della pratica molte energie devono
essere impiegate per superare le resistenze.
Questo provoca disagio. Perseverare nonostante
il disagio è tapas. Quando ci si
impegna con questo disagio senza una reale
comprensione dello scopo finale della pratica
la mente lo percepisce come una tortura.
Presto o tardi questo impegno diventa insopportabile
e alla fine lo si abbandona. Se ci si forza
a continuare si disturba l’equilibrio
psicofisico. Le persone che non conoscono
bene il nostro mondo interiore possono percepirci
come mistici ma, in realtà, siamo
nella presa di una follia spirituale.
Invece se si conosce perché si intraprende
la pratica, qual è lo scopo e l’obiettivo,
come essa può aiutarci a rimuovere
l’inerzia del corpo e la confusione
della mente, come può infondere il
cuore della luce della realtà ultima
allora si riesce a perseverare anche nelle
prove che porta la pratica stessa. Le prove
sono considerate un’opportunità
e, allora, tapas può diventare sorgente
di gioia.
Come si
pratica tapas? Il
primo livello della pratica consiste nel
riportare il corpo in salute. Per
coloro che hanno uno stile di vita non salutare,
per esempio, adottare una dieta sana, fare
un giusto movimento fisico, portare regolarità
nel ritmo sonno-veglia, è un grande
tapas. Infatti le abitudini radicate profondamente
non amano essere modificate. Richiamare
la forza di volontà, rimanere fedeli
alla propria decisione e adottare uno stile
di vita salutare è il punto d’inizio
di un’austerità spiritualmente
illuminata.
Questo livello di tapas porta il corpo in
uno stato di equilibrio.
La pratica del pranayama (controllo
ed espansione dell’energia vitale)
porta tapas al livello successivo.
I testi classici considerano il pranayama
la più alta forma di tapas. Gli Yoga
Sutra affermano che la pratica del pranayama
distrugge il velo che nasconde la luce:
in altre parole il fuoco del respiro brucia
non solo le impurità fisiche ma anche
quelle mentali. Il pranayama aiuta a purificare
e rafforzare il sistema nervoso, risvegliare
le forze addormentate della coscienza nei
diversi cakra (centri sottili di energia)
e, infine, bruciare i semi karmici depositati
nel profondo del campo mentale. La pratica
del pranayama andrebbe intrapresa solo dopo
essere ben fondati nella pratica di hatha
yoga.
Altre forme di tapas includono
la ripetizione del mantra (formula recitata
o espressa mentalmente), il servizio disinteressato
agli altri, il pellegrinaggio, la pratica
della veridicità nel pensiero, nella
parola e nell’azione. Ognuno di essi
aiuta ad espandere le proprie capacità
fisiche, rendendoci in grado, un giorno,
di sperimentare quali poteri illimitati
sono depositati nel corpo.
è genericamente tradotto come “studio
di sé”. Questo potrebbe far
pensare erroneamente allo studio senza un
maestro. Secondo gli Yoga Sutra e il commentatore
Vyasa, svadhyaya significa studiare sé
stessi tramite la pratica di mantra sacri
e riflettendo sulle “moksha shastra”,
le scritture dedicate esclusivamente alle
dinamiche della liberazione definitiva.
In un linguaggio più semplice lo
studio di sé significa riflettere
su se stessi, cioè su chi siamo,
qual è la nostra vera natura, da
dove veniamo, qual è il nostro scopo
nell’essere qui, come ci relazioniamo
agli altri, quali sono i nostri doveri in
relazione agli altri, cosa abbiamo fatto
nel passato e le sue conseguenze, cosa stiamo
facendo ora e quali potrebbero esserne le
conseguenze nel futuro, come è appagante
la vita e i suoi doni e se siamo in grado
o no di lasciare questo mondo con grazia
e dignità.
Questa autoriflessione trova uno
scopo e fluisce nella giusta direzione con
uno scopo definito quando è accompagnata
dalla ripetizione di un mantra sacro.
Senza la ripetizione del mantra l’autoriflessione
potrebbe limitarsi ad essere un esercizio
intellettuale. È importante che il
mantra sia sacro: non tutti i mantra posseggono
un’energia spiritualmente illuminante.
Lo studio di sé, inoltre,
deve essere accompagnato dallo studio dalle
scritture che abbiano come scopo la liberazione
dell’anima. Queste scritture
sono chiamate “moksha shastra”
e includono la Bhagavad Gita, le Upanishad,
lo Yoga Vasishtha e gli Yoga Sutra. Questi
testi contengono delle linee guida ed assicurano
che la direzione dello studio di sé
sia corretta.
Questo tipo di studio di sé aiuta
ad espandere le proprie capacità
mentali e a raffinare la comprensione intellettuale,
mettendoci in grado di comprendere se il
percorso intrapreso è corretto.
è generalmente tradotto come “arrendersi
a Dio”. Questa traduzione dà
l’impressione di rinuncia e trasmette
un senso di inazione, passività,
di passare la propria responsabilità
a Dio. Questa concezione dell’arrendersi
a Dio è fuorviante e sbagliata.
Il primo passo per praticare Ishvara
pranidhana richiede invece uno sforzo per
comprendere il reale significato di Ishvara.
Ishvara significa un potere divino illimitato,
libero da ogni vincolo.
Non è solo onnipotente ma anche onnisciente.
E’ propizio, senza origine e senza
fine. Pervade tutto, è l’occhio
dell’anima. La fede incrollabile nel
potere di Dio di guidare e proteggere è
l’essenza di Ishvara pranidhana.
Il secondo passo è quello
di infondere di questa fede ogni nostra
azione e, come ultimo passo, non essere
condizionati dai risultati delle azioni.
Ishvara pranidhana è il test definitivo
se stiamo o meno vivendo in presenza di
Dio. Aiuta a valutare quanto siamo maturi
nelle nostre convinzioni, quanto risoluti
nelle nostre decisioni, quanto forti nel
“ridimensionarci” in favore
di Dio. Non c’è un modo più
attivo nello svolgere i propri compiti che
Ishvara pranidhana: lavorare duro con un’attitudine
di arrendevolezza che deriva dal comprendere
di essere semplicemente degli strumenti
nelle mani di Colui che è onnipotente,
onnisciente e il Signore di tutto ciò
che esiste.
La struttura
pratica dello yoga comprende dunque questi
tre elementi - tapas, svadhyaya, e Ishvara
pranidhana – che ci aiutano a disintossicare
il corpo, nutrire la nostra consapevolezza
e purificare la mente. Tutti e tre insieme
ci aiutano a coltivare un alto livello di
resistenza e forza. Di conseguenza ostacoli
come malattia, negligenza, pigrizia e dubbio
cominciano a diminuire la loro presa su
di noi. Allora la pratica di yoga che porta
alla quiete della mente diventa naturale
e spontanea.